Twixt land and sea tales 2008

Twixt land and sea tales 2008

installazione di mille campanelli orientali per la mostra "Metamorphosis" a cura di Mimmo di Marzio, Serra San Quirico, Ancona

24 ore (con Peter Waters) 2004

... un nuovo progetto da “Guinness dei primati”: una vera e propria maratona di musica e disegno, prova ben più impegnativa della precedente non solo dal punto di vista prettamente artistico, ma anche da quello tecnico e fisico, tanto da sembrare quasi una pazzia. Tanto da essere inserito, proprio per questo, tra gli eventi dell’edizione 2004 del Festival che alla “follia” era, per l’appunto, dedicata.

Ventiquattrore, tale infatti la durata prevista dell’evento, per un work in progress destinato alla costruzione di una struttura visiva e sonora concepita come spazio virtuale di riflessione. Contrariamente al progetto precedente, per il quale Pinna aveva creato un tessuto narrativo iconografico adeguato a quello sonoro, attingendo sia al proprio immaginario personale che a quello collettivo, per raggiungere più agevolmente il pubblico del concerto, la 24ore è apparsa da subito un’operazione strettamente privata, un colloquio tra l’artista e il suo io, un dialogo silenzioso che soltanto l’esile traccia di grafite deposta sul foglio bianco lasciava intuire fragile e precario.

Gli innumerevoli fogli ai quali Pinna affidava i suoi pensieri, venivano man mano fissati ad un reticolo di corde che circondava lo spazio performativo, segnando una sorta di confine tra il pubblico e l’artista. Ciò determinava una situazione di evidente ambiguità: mentre da un lato, infatti, la sovrapposizione dei fogli sulle corde creava, con il procedere dell’azione, una barriera precaria ma reale di separazione tra i due spazi nascondendo progressivamente l’artista, dall’altro questa sottile parete di carta esponeva comunque Pinna allo sguardo attento del pubblico e lo metteva a nudo: un’esposizione certo volontaria ma possibile solo in quanto mediata dal processo artistico, attraverso la quale egli offriva ai presenti la sua opera e, in fondo, se stesso, come spunto per riflessioni personali ed autonome.

Una metafora, in un certo senso, della condizione di precarietà e isolamento vissuta dall’artista, incapace di comunicare con l’esterno se non attraverso la mediazione dell’opera d’arte.

Il senso di precarietà presente in questa operazione sembra essere, in effetti, una costante della ricerca di Pinna: lo palesa la scelta di una tecnica effimera come il disegno, la minimalizzazione filiforme delle sue figure – disegnate, dipinte, scolpite – sempre spinte al limite della tensione, dell’equilibrio. Precarie, appunto.

Una precarietà che, in fondo, pertiene alla condizione umana anche se, come suggerisce l’opera My way, è possibile trovare nel proprio percorso di vita quella dimensione congeniale che permette a ciascuno di ricostruire il proprio mondo.

Giannella Demuro

My Way 2004

Anche un visitatore attento ed uso ai più disparati codici estetici della sperimentazione visiva contemporanea avrebbe senz’altro esitato, lo scorso agosto, nel ricondurre i nomi di alcune vie di Berchidda, piccolo centro del nord Sardegna, all’opera My Way di Alex Pinna, l’intervento urbano realizzato dall’artista per il locale Museo PAV, in occasione della diciassettesima edizione di Time in Jazz, festival dedicato alla sperimentazione musicale e visiva.

Con l’ironia delicata e spiazzante che da sempre lo contraddistingue, Pinna aveva infatti attuato uno stravolgimento della nomenclatura viaria del paese, sovrapponendo a ben tredici targhe delle vie del centro altrettante riproduzioni delle stesse – perfettamente replicate dal punto di vista iconografico e formale – sulle quali erano stati riportati i nomi di tutti i luoghi nei quali egli aveva vissuto nel corso della sua vita.

L’operazione condotta dall’artista aveva così provocato una stratificazione semantica riconducibile esclusivamente al suo vissuto personale e solo una conoscenza della realtà territoriale (storica, geografica, linguistica e tradizionale), se non proprio un’appartenenza ad essa, o una lettura attenta di quelle targhe anomale – che riportavano accanto al nome anche delle cifre, corrispondenti agli anni trascorsi da Pinna in quel determinato luogo – avrebbe potuto dunque permettere di riconoscere l’improbabilità di una “Piazza Hermada” o di una “Via Ghilini”, inequivocabilmente estranee alla toponomastica urbana locale.

Seppure apparentemente distante dalla consueta prassi operativa di Pinna, My way è un intervento che non solo rientra a pieno titolo e con assoluta coerenza nel percorso creativo di questo artista, ma consente forse più di altri di svelare e comprendere, ben al di là della scontata decodificazione primaria dello specifico messaggio visivo, la tensione intima e profonda che sottende tutta la sua indagine, la stessa pulsione vitale che anima la fluidità fragile e minimale dei suoi disegni o la dinamica precarietà delle sue sculture.

Progetto rigorosamente site-specific, My way è un’opera unica e non riproducibile, un’opera la cui concezione – che esula dal piano della progettualità razionale – appare piuttosto come sintesi alchemica tra la forte valenza identitaria di luogo (fisico e non) che l’artista conferisce simbolicamente al paese sardo e la parcellizzazione del sé che il suo singolare vissuto nomade ha più o meno involontariamente elaborato negli anni.

Risulta, pertanto, evidente come l’ambito di sviluppo di quest’opera non sia quello limitato di una “memoria di superficie” ma quello ben più complesso e impenetrabile di una “memoria genetica profonda” non più celata tra le pieghe opache del tempo, ma consapevolmente conquistata. Un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che nell’opera di Alex Pinna la ricerca di una dimensione identitaria, con le sue fragilità e le sue precarietà, non può essere considerata solo come un tema ricorrente, ma piuttosto come il vero fulcro nodale dal quale prende le mosse tutta la sua ricerca.

Giannella Demuro

Senza titolo 1998

Installazione della durata di un giorno, realizzata per la mostra Rock around the clock, a cura di Alessandra Galasso presso la galleria Ciocca arte contemporanea a Milano nel 1998. Sei scultura in bronzo con le rispettive cere per la fusione, queste vengono accese tramite uno stoppino e si consumano durante la durata della mostra.

...piccoli feti con gambe filiformi che sfiorano il pavimento sono collocati sul muro accanto a un loro doppio, una specie di anima gemella che si consuma con il trascorrere del tempo. L'installazione di Alex Pinna è ricca di chiavi interpretative, di richiami alla vita e alla morte, all'eternità (rappresentato dal bronzo delle sculture) e alla caducità degli esseri umani (le forme in paraffina che bruciano accanto), al senso di unicità e di doppio, talmente suggestiva da essere in grado di toccare le corde più profonde della nostra anima. Un'opera che riporta l'arte a uno dei suoi ruoli primigeni, quando l'uomo si interrogava intorno all'origine della vita.

Alessandra Galasso 1998

Ancora 1997

Mille disegni incollati al pavimento, performance eseguita per la mostra I gattopardi, Galleria Comunale, Capo d’Orlando, a cura di Luca Beatrice