Alessandra Pioselli
“Ne nitide, ne certe…”, Ciocca arte contemporanea, Milano, 2002
ALEX PINNA… NE NITIDE, NE CERTE…
Bee-beep ha finito di vivere: l’incudine lo ha steso al suolo. Il destino di Titti è simile, e di lei rimane solo un tappeto di piume gialle. Alex Pinna ha iniziato a lavorare soffocando uno ad uno personaggi da cartoon che, se non soccombono, subiscono tuttavia strane metamorfosi: spuntano nasi da pinocchio dove non dovrebbero, sonagli ricoprono il corpo di un Topolino attonito, Macchia Nero incombe dall’alto della sua nera mole, all’Uomo Ragno crescono orecchie da topo… e se personaggi da fumetto non sono, sono feti da cui escono zampe, occhi, braccia. “Sono le cose che conoscevo meglio”, dice l’artista. I fumetti e i giochi dell’infanzia, osservati però con l’occhio dell’adulto che ripesca immagini nel limbo della memoria, dove non sono ne nitide, ne certe.
Il lavoro di Pinna non si può però collocare solo dentro le coordinate del recupero dissacrante dei miti infantili o dei linguaggi fumettistici neopop. D’altra parte ai personaggi citati l’artista aggiunge via via altre figure: i feti, gli esseri informi che nuotano nel colore di fondo (ad. es. nei quadri Mumble mumble, L’uomo nero, Painting painting e Sonnanbula) e poi ancora altre presenze filiformi, con lunghi arti, ibride, incroci tra uomo-feto, uomo-favola, uomo-natura, marionette e burattini.
Topocchio Pinolino (1998) è un grande Topolino di legno che si dondola sull’altalena, ma ha il lungo naso da Pinocchio, sproporzionato ed invadente. Ancora è Pinocchio (1998), sempre troppo lungo e impertinente, a sdraiarsi in mezzo ad un esercito di carabinieri tutti uguali e rigidi, ai quali spunta un naso che ha già segnato il loro destino. Un altro naso cresce infinito dal volto della madre di Pinocchio (Mother, 1999), statua ieratica e bianchissima, rigidamente frontale come una kore arcaica. Il naso che si allunga a dismisura, motivo ricorrente nel lavoro dell’artista, è forse l’elemento che più di ogni altro suggerisce l’idea di fondo del suo lavoro, quella della metamorfosi delle cose. Metamorfosi in quanto mutamento e possibilità. Le immagini di Alex Pinna sono fortemente ambigue e i giochi privi d’innocenza, in virtù di tale movimento di trasformazione delle forme che fa perdere alle cose, e ai loro significati, l’univocità. La dimensione dell’ironia, costante del suo lavoro, concorre invece a rendere l’ambiguità più digeribile: lo spettatore si sente minacciato, ma al tempo stesso può avanzare l’ipotesi che si tratti in fondo di uno scherzo.
Il gioco è sperimentazione di possibilità, uno spazio dove le cose mutano o si travestono. Nell’installazione Certo che ti desidero (1998) la pratica del giocare è esemplificata da sei feti-marionette di legno, tutte con anomalie (ancora il naso pinocchio, oppure la testa a cuore, le zampe a papera, le braccia lunghe, ecc.), idealmente mosse da due figure, il burattinaio e il regista, che spuntano bianchi dal fondo bianco di due grandi quadri a olio. Le marionette, tirate da fili di nylon, si situano sullo sfondo di quinte bianche, secondo una messa in scena che concorre a sottolineare la metafora del gioco-teatro come l’ambito delle regole e delle possibilità, dei rituali e delle scoperte. Anche nella mostra Liberitutti (Galleria Ciocca, 2000) i burattini sono protagonisti: figure dalle lunghe braccia e gambe, dipinte o realizzate in corda annodata (Alias) in equilibrio sul filo. Pinna elabora i quadri stendendo decine di velature di colore a olio l’una sull’altra in modo che lo sfondo bianco monocromo acquisti spessore e profondità, facendo affiorare verso la superficie sottili figure dello stesso colore. In precedenza, oltre al bianco, i colori scelti erano il verde, il rosso e il nero. La tecnica utilizzata, che richiede lentezza e pazienza, è funzionale a realizzare immagini che sembrano emergere dal fondo della coscienza e venire alla luce solo attraverso l’esercizio automatico della mano.
In questo senso anche l’atto del disegnare è fondamentale per Pinna, come momento preliminare per gettare sulla carta un flusso di idee e di immagini interiori, non ancora selezionate. I burattini, le maschere, le figure filiformi galleggianti nei fondi monocromi, oltre a ribadire il tema della metamorfosi e del gioco, sono immagini che alludono ad uno stato di sospensione, di sonnanbulismo, di trance, che per l’artista è la condizione stessa del fare arte.