Andrea Bellini
“Alex Pinna – The game as a narrative of the self” in Sculpture Magasine vol 21 n°4, New York, 2002

Il gioco come racconto dell’io
Il mondo di Alex Pinna nella Milano degli anni Novanta

Milano quasi non sembra una città italiana. La sua architettura austera, la sua nebbia, la sua frenetica attività lavorativa la rendono più simile ad una fredda metropoli del nord Europa. A Milano nessuno ha tempo da perdere e tanto meno voglia di scherzare: il capitale finanziario detta le sue regole, il potere politico organizza i suoi salotti, la moda detta indifferente le leggi dell’eleganza al resto del mondo. Tutto a Milano sembra incastrarsi a perfezione, tutto sembra far parte di un ordine superiore, di un sistema complesso ideato per funzionare a pieno ritmo. Non è un caso infatti che questa atipica città italiana sia da anni uno dei principali centri dell’arte europea, un centro propositivo ed agguerrito, che vanta alcune delle gallerie più attive del paese (Studio Guenzani, Massimo De Carlo, Marconi). Negli ultimi dieci anni questa città è stata l’indiscussa protagonista di una importante stagione creativa, che ha visto emergere nuovi talenti artistici, nuovi critici e nuovi spazi espostivi. I primi segni di questo grande fermento risalgono già alla metà degli anni ottanta; ricordo le mostre organizzate quasi autonomamente dagli artisti in ex fabbriche, come la Brown Boveri, e poi l’intelligente attività espositiva svolta da personaggi come Corrado Levi (artista-architetto) ed Horatio Goni (artista e direttore della galleria Fac simile). Dal febbrile e diversificato calderone di quel periodo sono usciti giovani artisti come Stefano Arienti, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft etc., tutti impegnati a formulare proposte alternative alle correnti artistiche allora dominanti. Lavorando infatti su un versante neoconcettuale piuttosto freddo, questi artisti hanno avuto il merito di spostare l’arte italiana dai fasti ormai decadenti e mediocri del neoespressionismo pittorico verso un linguaggio più motivato e più aggiornato alle ultime tendenze della ricerca internazionale. Molti artisti in quel periodo hanno anche sperimentato la convivenza ed il lavoro gomito a gomito, come il “gruppo” di via Lazzaro Palazzi, attivo già dal 1989 con Mario Airò, Liliana Moro, Bernard Rudiger ecc., ed il gruppo di via Fiuggi 12/7, attivo dal 1996 con personalità come Giuseppe Gabellone.

In questo contesto la vicenda artistica di Alex Pinna (1967) si pone in termini di grande originalità proprio perché riesce a contrapporsi, a sua volta, al clima minimalista e neoconcettuale molto in voga nel capoluogo lombardo. Formatosi anch’egli a Milano, nella prestigiosa Accademia di Brera, Pinna esordisce con alcuni lavori legati appunto a quel clima neoconcettuale, come gli “oggetti sabotati”: un orologio con le lancette troppo lunghe per girare nel quadrante, una squadra con la millimetratura sbagliata, un letto largo 30 cm. Queste prime opere tuttavia non lo soddisfano e finiscono appunto per omologarlo in una piatta situazione di “tendenza”. La svolta avviene nella prima metà degli anni novanta, con alcuni lavori di carattere radicalmente differente, legati al mondo dell’infanzia e dei cartoons. Il primo è Fucked Bird (1994) una scultura che ritrae lo struzzo Bee-Beep ucciso da un’incudine, a cui faranno seguito altre situazioni paradossali aventi per protagonisti personaggi come Tom e Jerry, Mickey Mouse, Pinocchio ed altre figure legate al mondo delle favole. In questa fase l’artista sembra dialogare con esperienze di ambito New-Dada, ed in particolar modo con artisti italiani come Pino Pascali, una delle personalità più forti ed intense che abbiano operato in Europa negli anni sessanta. Tuttavia se Pascali fa ricorso al mondo infantile del gioco tentando di interpretare in modo spregiudicato, ma anche scanzonato e dolce, le contraddizioni del mondo contemporaneo, Pinna sembra accentuare (soprattutto in seguito) una componente interiore, profondamente malinconica ed anticontestataria. Sono caratteristiche queste che collocano la sua ricerca al di fuori di un ambito prettamente Pop.

Nel 1997 l’artista si impone all’attenzione nazionale con una personale nello spazio no profit “Viafarini”, uno dei centri espositivi più importanti di Milano, che funge anche come fondamentale archivio di giovani artisti italiani (se capitate in Italia ed avete bisogno di informazioni ora sapete dove andare). La mostra, dal titolo “Mi è sembrato di vedere un gatto”, girava attorno ad una grande installazione: una gabbia per uccelli sospesa sopra 50 kg. di piume gialle. Questa volta è stato gatto Silvestro a prendersi una rivincita sull’astuto ed irriverente compagno di scorribande, lasciando a terra un desolato cumulo di piume. Su un lato della galleria, sopra una fila di tavoli allineati, Pinna aveva allestito una incredibile battaglia tra matite e gomme da cancellare; una sorta di metafora del disegnare, del lavoro in studio, tra prove sicure e ripensamenti. Questi lavori, legati ad un immaginario infantile ed animista, rivelano - come dicevamo - una componente ludica, ma non schiettamente ironica e Pop, al contrario in essi alberga sempre qualcosa di ambiguo e di inafferrabile che li rende vagamente inquietanti, spettri di un gioco che non funziona in modo previsto, che non ha un lieto fine. I personaggi di questo periodo sono infatti sempre sull’orlo di una crisi d’identità, anche formale: si trasformano, tendono a confondersi, a diventare paperi con la testa di topolino, topi con i nasi lunghi da pinocchio, bambini con piedi da anatroccoli, etc. D’altro canto questo mondo dei cartoons e delle favole non diventa il pretesto per raccontare una società truculenta ed impazzita, come accade ad esempio in Paul McCarthy, ma più semplicemente appare come un luogo poetico nel quale ha il sopravvento un’immaginazione anarchica e ribelle, nel quale si attua il difficile confronto dell’io con il mondo esterno. Alex Pinna, infatti, non avanza nessuna ipotesi di critica sociale, di denuncia sociologica, piuttosto il suo lavoro assume un valore di testimonianza, molto personale ed introiettivo. Il terreno di difesa e di ricarica è l’ambito privato, il confronto-scontro, tutto individuale e post-ideologico, con una realtà che si presenta come un blocco compatto ed indifferente.

Anche attraverso sculture micro narrative e metamorfiche come Believe me (1994), Mumble Mumble (1997), Pinna rivendica l’accesso al profondo, in un modo spesso sofferto, quasi doloroso. Così le istallazioni aventi per soggetto Pinocchio (Pinocchio che contempla il mare; Pinocchio costretto al muro da centinaia di piccoli policeman in uniforme) fanno tutte riferimento a questa dimensione poetico-affettiva, a questo difficile confronto dell’immaginazione libera contro la realtà dura del potere e dell’ordine.

In questo senso si può affermare che il ricorso all’iconografia del fumetto e della favola sia per il giovane artista una sorta di prologo al racconto dell’io, il gioco ci consente in fondo una pausa ed una fuga, ci mette al riparo per qualche momento dal nostro stesso cinismo. Per questa ragione le sculture di Pinna appaiono così nettamente antimonumentali ed antiretoriche: sono caratterizzate da un accento interiore, da un’aura malinconica e dolce.

I suoi ultimi lavori in corda, che fanno riferimento al mondo circense, a trampolieri ed equilibristi, sembrano entrare in un gorgo di suggestioni originarie, nella esplorazione emotiva di un mondo Folk, nel quale la mozione individuale ora si perde in un ambito collettivo remoto, quasi fuori dal tempo ed insondabile. Come nei lavori precedenti, Alex Pinna cerca un contatto ravvicinato del pubblico con le sue opere, con il suo mondo brulicante di personaggi inquieti e sognatori, di poeti e girovaghi che sognano realtà ulteriori e mondi ipotetici. Ad una fuga immaginativa rimandano le installazioni realizzate un anno fa nel teatro di Monza: tappetti volanti dai quali scendono corde di salvezza, lunghe scale che lasciano presagire una realtà diversa, un piano parallelo. Per la sua ultima mostra di scultura a Fano, l’artista si è misurato con un materiale tradizionale come il marmo di Carrara, realizzando un’altra serie di delicate figure metamorfiche, in trasformazione perenne. Anche queste piccole sculture, evocative e memoriali, fanno i conti con la ricerca di identità, con lo slittamento tra piano reale e sogno, tra la vita vissuta e la favola.

Con un lavoro lento e paziente, nel quale assume un significato enorme l’esercizio manuale ed artigiano, Alex Pinna racconta la vita sotterranea di un io contemporaneo; in questo mi ricorda quegli anonimi scalpellini romanici che mettevano nei fregi e nei capitelli delle chiese medievali la vita fantastica e fragile di un mondo oscuro e pericoloso. Partendo da un immaginario caustico ed ironico, di origine Pop e New Dada, Pinna è arrivato dunque a raccontare e a raccontarsi, raggiungendo una fondata autonomia individuale, quel genere di autonomia che caratterizza l’attività degli artisti autentici e duraturi.